La condanna a Dell'Utri per mafia è stata confermata. Solamente, Dell'Utri si è visto accorciare la pena a 7 anni, e la tesi della sussistenza di un'asse Stato-mafia che avrebbe portato dalla stragi del 1992-93 alla vittoria di Forza Italia l'anno successivo, non è stata presa in considerazione. I motivi validi sono come sempre quelli ufficiosi, dei quali i lettori più accorti vengono a conoscenza o sulla stampa di avanguardia democratica come Il Fatto o ancora da internet oppure da un trafiletto in diciottesima pagina dei giornali più "equidistanti". Quali sono questi motivi? Semplice: l'assenza di testimoni. Attenzione: non l'assenza di testimoni in assoluto, ma l'assenza di testimoni in tribunale. I tre giudici della seconda sezione della corte d’Appello di Palermo non hanno ritenuto infatti di dover convocare colui che avrebbe potuto apportare una testimonianza dal di dentro. Qual è il sogno di una magistratura sana, che si impegna nella lotta contro la mafia? Semplice, quello di avere un testimone chiave che possa gettare luce su una delle epoche più buie e controverse della nostra storia, un'epoca che guarda caso copre il ventennio della costruzione del potere economico berlusconiano. Non un semplice pentito, si badi bene, non un normale generale dell'esercito della mafia militare, che quand'anche sia a conoscenza dei nomi e cognomi di chi ha ordinato la strage, non ha sentore dei "ponti" con la politica, di quegli intrecci politico-mafiosi dei cui dettagli probabilmente non potrebbe nemmeno capire molto. Parlando di Cianciminno Massimo, figlio del defunto mafioso sindaco di Palermo Vito, parliamo di un figlio di papà factotum per conto del padre, che il tanfo dell'intreccio mafia-politica l'ha respirato fin da quando portava i calzoni corti. Se si interrogano gli uomini della mafia militare, non è affatto detto che si ottengano delucidazioni su ciò che è successo sui piani alti, tutt'al più dettagli sul commando armato, o sul piano immediatamente superiore, o informazioni dalle quali magari poter ricostruire uno scenario plausibile. Ogni contesto di potere, tanto più quello mafioso, implica che si "mandino avanti" degli scavezzacollo, per le azioni più esposte, dalla consegna di tangenti alla strage. Gente pronta ad addossarsi ogni colpa senza far nomi, alla Greganti, nel caso qualcosa vada storto e si venga scoperti, gente che agisce spesso da idiots savants, in una "need-to-know basis" come si dice nell'ambito delle squadre speciali americane, vale a dire essendo a conoscenza solo di ciò che è necessario per svolgere il proprio compito. Se al contrario si ha la fortuna di poter partire dai piani alti, allora è naturale che il discorso si fa più interessante, se si ha la forza e l'onestà di seguire il filo d'Arianna.
Cos'é che distingue la mafia da una semplice organizzazione criminale, come fu la banda della Magliana? Semplice: l'intreccio mafia-politica, come tutti sanno. Allora, come è possibile giudicare Dell'Utri, mafioso in quanto politico e politico in quanto mafioso, senza sentire nell'ambito dello stesso processo Ciancimino, che di quell'intreccio rappresenta un pò la personificazione, e sulla cui credibilità più di un addetto ai lavori si è espresso favorevolmente?
Ai magistrati si chiede all'occorrenza di essere al di sopra dello Stato, quando lo Stato si comporta come se fosse al di sopra della legge.
L'evoluzionismo mafioso: Dell'Utri uomo o scimmia?
Un'ultima parola su Dell'Utri. La mafia è un organismo. Qualcuno, con piena ragione, potrebbe definirlo un virus. Il virus per sopravvivere alla selezione naturale adotta la strategia di cambiare continuamente forma. Anche la mafia, in quanto organismo, virus sociale, risponde alle leggi della selezione naturale. Per questo è profondamente ingenuo affermare che "i mafiosi si ammazzano fra di loro", volendo con ciò illudersi che la mafia possa un giorno finire in ragione di questo. Una specie che si autoestingue per effetto del cannibalismo dei suoi esponenti non ha precedenti nella storia evolutiva del mondo. Ammazzando di volta in volta l'anello debole, la mafia interpreta al meglio l'evoluzione, e ciò spiega la sua sopravvivenza nei secoli, e il fatto che oggi goda di ottima salute.
Seguendo questo ragionamento, chiediamoci cosa ha determinato storicamente la realizzazione dell'organizzazione sociale umana più evoluta, cioé lo Stato. Certamente, e per definizione, la progressiva integrazione degli individui e delle fazioni, dapprima in piccoli branchi e poi in una organizzazione che potesse disciplinare sotto l'egida dell'interesse generalizzato lle diatribe e le lotte fra tribù.
Ora, questo è precisamente lo stesso sviluppo evolutivo che vede la mafia passare dalla lotta armata fra clan per il predominio territoriale, alla organizzazione in Stato. Poiché l'evoluzione dell'umanità è avvenuta prima di quella della mafia - financo in un paese come l'Italia - capita sovente che uno stato ci sia già, e la scelta allora diventa quella fra contrapposizione o convivenza. Ma l'antropologia italica ha permesso alla mafia di operare un passo ulteriore. Abbandonato il progetto della lotta armata allo Stato, e dopo aver definito i dettagli strategici della convivenza con lo Stato, la mafia può puntare ora alla sua assimilazione.
Che questo sia un esito ormai conclamato, è un fatto indiscutibile. L'ultima occasione per accelerare il processo la mafia l'aveva avuta nel 92, con il tramonto corredato di scandalo di un'intera classe dirigente. Ora un'altro scossone si ha con la crisi economica, che porterà la mafia ad avere sempre più peso nell'economia territoriale, e saprà un giorno proporre un proprio candidato, piuttosto che servirsi di burattini da collocare nella stanza dei bottoni.
Come si colloca Dell'Utri in questo progetto? La domanda, nella sua pregnanza con riferimento al passato, dovrebbe interessare i giudici; per la sua pregnanza con riferimento al futuro, dovrebbe invece interessare Dell'Utri. Abbiamo visto i giudici dell'Appello fare spallucce sul risvolto più importante, quello della stagione delle stragi e dell'ascesa di Forza Italia. Dell'Utri è ora per la legge né più né meno che un associato mafioso. Ma cosa rappresenta Dell'Utri nell'ambito del processo evolutivo della mafia da accozzaglia di briganti a Stato? Rappresenta egli veramente l'ultimo anello della catena, o il penultimo? Che la mafia consegni il suo destino in un momento così ultimamente decisivo a un uomo che ancora crede nell'autenticità dei diari di Mussolini; che si espone definendo un mafioso pluricondannato per omicidio un "eroe"; che dichiara ai microfoni che la mafia non esiste, come se le bombe si mettessero da sole e le tonnellate di droga si vendessero da sole; che, intervistato in televisione, si definisce maldestramente un "mafioso"; che ammette, sempre senza accorgersene, di essere un riciclatore di opere rubate; che la mafia, dicevo, si affidi a una simil persona in questo momento come lo ha fatto in passato, è da dubitare con forza. La domanda, quindi, che a mio avviso dovrebbe tormentare un personaggio dell'intelligenza di Dell'Utri, perché dalla risposta può dipendere il suo destino (o l'assenza di questo) è, ancora una volta: ultimo o penultimo?
(L'Immaturo Vendicativo). "Quando le parole non bastano..."

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